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Festa della mamma | La nostra dedica

"Madri - Lectio magistralis" di M. Recalcati

Festa della mamma 2019. La dedica di Biochic va a tutte quelle persone che soccorrono la vita nei suoi primi attimi, quando più ne ha bisogno. A tutte quelle persone che ci hanno soccorso e che continuano a farlo a prescindere da dove si trovino, che sia a pochi chilometri da casa o dall’altro capo dello smartphone, dal di là del cielo magari o di un vetro. Alle nostre madri, alle loro mani e volti. A chi lo è da pochi mesi e a chi lo sarà, magari e breve. A chi lo è da sempre e sempre lo sarà, nonostante solo apparentemente sembri, non essere più qui.

Con tutta la riconoscenza di cui siamo capaci.

(…) Le mani della madre trattengono la vita nel suo cadere nel vuoto, nel non senso, nel precipizio del non senso e che la prima funzione della madre, in generale, la prima funzione della madre è evitare che la vita cada nel vuoto, nel precipizio del non senso. Allora potremmo dire, come ho detto in altri libri, che la vita umana non si autogenera.  Nessuno di noi s’è fatto da sé. Nonostante quello che dicono alcuni, non esiste autogenerazione. Noi possiamo nel corso della nostra vita evitare di essere padri, madri, fratelli, sorelle, di avere amanti, diventare mariti, mogli, ma c’è una cosa che non possiamo non essere. Nessuno di noi può non essere figlio. Nessuno di noi può non aver avuto una madre e un padre.

Quindi potremmo dire che la vita viene alla vita a partire sempre dall’altro, la vita ha sempre una provenienza dall'altro, nessuno di noi viene da sé stesso. E io penso che questa è la prima funzione della madre, quella di accompagnare la vita nella vita e di non lasciare la vita sola.

La prima funzione della madre, che noi troviamo già in Freud, in un passo molto bello in una delle sue prime opere, Freud descrive l’inizio della vita come l’esperienza del grido e la funzione materna come la funzione del –uso le sue parole- “del soccorritore”. La vita ha bisogno quando viene al mondo di un soccorritore. La madre è il primo nome che noi diamo a questa figura del soccorritore. Senza il soccorritore la vita si perde, la vita cade nel vuoto. La vita muore. 

Allora questa la prima funzione della madre. Dare le proprie nude mani, trattenere la vita nella vita. Mostrare alla vita del figlio che non è vita persa nel buio della notte. Vita sola.

Le mani della madre però sono anche qualcos’altro. Le mani della madre sono la prima lingua. Il bambino incontra come prima lingua la lingua delle mani. È toccato, accudito, lavato, carezzato dalle mani della madre. Tutte queste operazioni che sono operazioni del corpo che riguardano i primi momenti, i primi mesi della vita, primi anni della vita, non sono solo operazioni gestuali, ma fondano la lingua.

Lacan chiama questa prima lingua, questa prima lingua che precede la lingua alfabetica, che precede la lingua stabilita dal codice del linguaggio, chiama questa prima lingua che passa attraverso le mani della madre, i gesti, le emozioni, il vissuto del corpo, le lallazioni: “lalangue”, lalingua, tutto attaccato.

I versi, i rumori che il bambino e la madre si scambiano, il contatto tra le mani, il corpo, fondano lalingua, tutto attaccato, che precede la lingua, staccata, che caratterizza, diciamo così, l’apprendimento del linguaggio in senso stretto.

Ma non dobbiamo dimenticarci di questa origine del linguaggio. L’origine del linguaggio è nella lalingua e la lingua sorge attraverso le mani della madre.

Il secondo grande carattere della madre, per scolpire questo ritratto è il carattere del volto. La madre appare al suo bambino attraverso il volto. Potremmo anche dire così che c’è stato un tempo in cui, per noi, il mondo aveva il volto della madre. C’è stato un tempo in cui per il bambino il volto della madre coincideva con il volto del mondo.

Mentre vado avanti mi accorgo di avere, come dire, lasciato un equivoco a mezz’aria che voglio subito dipanare. 

Quando dico madre, non dico semplicemente la genitrice del figlio, se con il termine «madre» noi diciamo il primo soccorritore, se col termine «madre» noi diciamo il primo volto che incontra il volto del bambino, non necessariamente, questo volto e questo soccorritore coincidono con la madre biologica del figlio. Con la madre in quanto genitrice. Questo un punto che ha una serie di conseguenze politiche enormi: non confondere la madre con la genitrice. In ogni caso nella sua venuta alla luce del mondo, il bambino incontra un volto. E il primo volto che incontra noi lo chiamiamo il volto della madre e questo volto è il volto del mondo. Ora qual è la funzione del volto materno? La funzione del volto materno è permettere al figlio di vedersi rispecchiato attraverso lo sguardo dell’altro.

Quando un bambino guarda sua madre non guarda semplicemente un altro, ma guarda attraverso il volto dell’altro il proprio volto. Ed è per questo che se il volto dell’altro restituisce allo sguardo del bambino un sorriso, per esempio, il bambino farà esperienza della sua immagine, dell’immagine del suo corpo, come un’immagine amabile. Se viceversa il volto della madre risponde allo sguardo del bambino attraverso una smorfia il bambino avrà di sé un’immagine non precisamente amabile.

Allora noi possiamo dire che la costituzione della nostra immagine, del nostro volto, dipende da come la madre ci ha guardato. Noi siamo, noi ci vediamo sempre attraverso lo sguardo della madre, noi ci vediamo come siamo stati guardati dallo sguardo della madre.

È per questo che lo psicanalista constata molto facilmente che le parole, anzi, la sensazione di essere ad esempio bello o brutto non riguarda tanto l’aspetto esteriore del corpo, ci sono persone brutte ad esempio che si sentono bene nel loro corpo, ci sono persone belle che si sentono drammaticamente male nel loro corpo.

Bello e brutto sono due parole che si fondano in questo primo rispecchiamento di sguardi. Io sono come mia madre mi ha guardato o se preferite la prima costituzione dell’immagine del corpo dipende da come lo sguardo dell’altro ha investito il mio corpo.

Anche perché dobbiamo pensare che c’è del tempo in cui noi non sappiamo come siamo fatti, non sappiamo che volto abbiamo. “Chi ha fatto la mia faccia?” dice Stephen Dedalus all’inizio de “L’Ulisse” di Joyce. “Com’è fatta la mia faccia?”

C’è un momento in cui il bambino a cui si fanno vedere le foto dei famigliari può riconoscere bene, sorridendo, il papà, la mamma, la sorella maggiore, il fratello maggiore, poi c’è qualcuno lì e lui non si riconosce. C’è un tempo in cui noi non riconosciamo la nostra immagine e poi c’è un tempo in cui quest’immagine la riconosciamo come nostra. E ciò che ci permette di riconoscere la nostra immagine come nostra è lo specchio. E il vero specchio non è lo specchio come oggetto empirico, il vero specchio in cui l’essere umano si riflette originariamente, il primo vero grande specchio del mondo è il volto della madre (…)

Tratto da “Madri - Lectio magistralis” di M. Recalcati

A Marisa, Ilaria, Elisa, Simona e Sara

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